Il 23 Ottobre è uscito il secondo attesissimo album dei Wolfmother, che fa seguito all’ottimo omonimo disco di debutto dell’ormai lontano 2005. Tanto ritardo è giustificato dai dissidi nati all’interno della band, che hanno portato dapprima il trio a ridursi ad un “solo” (il cantante e frontman Andrew Stockdale), per poi rimpolparsi fino a diventare un quartetto (con l’aggiunta di una chitarra rispetto alla formazione originale).
L’impatto del primo ascolto non lascia dubbi. Nonostante il cambio di formazione, il sound del gruppo australiano rimane ben definito: chiari richiami (neanche tanto velati) a Led Zeppelin e Black Sabbath o, più in generale, all’intero movimento hard rock made in ‘70, da cui i nostri attingono a piene mani. Non si tratta però di una rivisitazione in stile moderno o di un semplice esercizio stilistico fine a se stesso. I Wolfmother non fanno altro che suonare rock’n’roll. Puro e semplice. Il loro approccio naif appare realmente onesto e appassionato. Probabilmente non sono in grado di fare qualcosa di diverso e se anche lo fossero, il risultato sarebbe sicuramente più artificioso e meno immediato.
Certo, i Wolfmother non hanno inventato niente di nuovo. Sono ragionevolmente sicuro che mai lo faranno. Questo è il loro limite. D’altronde, l’originalità non è necessaria per produrre della buona musica. Esempio sono le tracce migliori del disco, “Far Away”, “New Moon Rising” e “Sundial”.
httpv://www.youtube.com/watch?v=-O63P9Ecujc&feature=fvst
Voto al disco: 6,5
Discografia:
Wolfmother: 7