Poco più di un mese fa, il 15 Maggio 2009, è uscito l’ottavo lavoro di studio dei Green Day, “21st Century Breakdown”, che riprende la fortunata intuizione del gruppo pop-punk californiano di strutturare il disco non più come una semplice successione di canzoni, ma di dargli la veste di una vera e propria “opera-rock”. La formula vincente di “American Idiot” (uscito nel 2004) viene quindi riproposta anche in questo nuovo LP.
Gloria e Christian (tranquilli non si tratta di MiniMac e compagna…), i giovani protagonisti del disco, si arrabattano tra le promesse e i problemi del nuovo millennio. Le loro vicende scorrono parallelamente alle tracce del disco, idealmente divise in tre atti.
Il sound del trio di Berkeley, a cavallo tra il power-pop ed il punk all’acqua di rose sembra, almeno sulla carta, poco adatto a sposarsi con una struttura volutamente così complessa come quella di un concept-album. Il successo di “American Idiot”, d’altro canto, deve aver convinto i nostri a proseguire lungo una strada sicuramente impervia. Nel periodo successivo a “Dookie”, grande successo commerciale e sicuramente grande album, i Green Day hanno provato a modificare le loro sonorità, dapprima passando attraverso mood più cupi, introspettivi (anche se poco convincenti) e meno ammiccanti, per poi provare ad abbassare il volume ed i toni con “Warning”.
Con gli ultimi due album, invece, il trio californiano ritorna alle origini dei primi anni 90’, seppur con ben udibili iniezioni di sonorità vicine a Beach Boys e Beatles. Se, quindi, dal punto di vista strettamente musicale i due dischi rappresentano un passo indietro (da non intendersi in senso negativo), le liriche risultano più impegnate, con testi di chiara matrice politica e di denuncia sociale. E’ da questa interessante (seppur non originale) dicotomia tra musica e testi che è nato il successo di “American Idiot”, e da qui nasce, allo stesso tempo, il limite principale di questo nuovo “21st Century Breakdown”, che appare eccessivamente prudente nel riproporre lo “schema vincente”, mancando quindi dell’effetto sorpresa della precedente opera. Un’altra pecca notevole è quella di propinare all’ascoltatore ben 18 tracce (quasi 70 minuti), un numero eccessivo, giustificabile solo da una eterogeneità musicale assente in quest’opera. Molti brani si assomigliano, se non negli accordi (ma accade anche questo…), quantomeno nella classica struttura strofa-ritornello-strofa-ritornello-cappello-ritornello e nell’uso quasi ossessivo della chitarra elettrica in modalità stop-and-go.
Naturalmente, non mancano le buone canzoni (Horseshoes and handgrenades e la title track su tutte), ma mancano quelle “perle” che elevano la qualità del disco da “consigliato ai fan” a “interessante per tutti”. Nel complesso, quindi, un’opera mediocre, senza infamia e senza lode, che, specialmente alla distanza, perde di interesse ad essere riascoltata.
httpv://www.youtube.com/watch?v=uN0UZ1EM-Jk
Voto al disco: 6
Discografia
39/Smooth: 6,5
Kerplunk: 7
Dookie: 7,5
Insomniac: 5,5
Nimrod: 6
Warning: 5,5
American Idiot: 7