Caso Polanski, cosa ne pensate?
Roman Liebling Polanski , vittima di una gogna mediatica esagerata o pericoloso stupratore?
Qui sotto riporto un articolo di giornale in cui mi sono imbattuto dove vengono messi uno a fianco dell’altro due opinioni di pareri opposti: il primo di Bernard-Henri Lévy filosofo e giornalista francese, il secondo di Christopher Hitchens giornalista , critico letterario e politico britannico.
Da una parte c’e’ chi sostiene che la celebrità del regista non abbia fatto altro che accentuare il clamore del suo caso mettendolo sotto gli occhi del giustizionalismo assetato dell’opinione pubblica accelerando i tempi di una pratica che , per una “persona comune” ,avrebbe richiesto anni in burocrazia e iter penali. L’autore scrive inoltre che il delitto di Polanski nell’aver drogato e stuprato una minorenne, NON consista in quel crimine di cui viene accusato che lo metterebbe sulla stessa linea di Charles Manson,assassino di sua moglie.
Dall’altra parte si evidenzia invece il fatto che i vips hollywoodiani abusino sempre di piu’ del loro stato di celebrita’ per sfuggire ed irridere la giustizia non pagando per crimini gravi come quello per cui e’ incolpato.Il fatto che la vittima lo abbia gia’ perdonato non è un salvagente per uscire dal mare di schifezza in cui si e’ gettato quella sera drogando, facendo ubriacare e stuprando la sua piccola vittima.La legge DEVE perseguire gli stupratori di bambini, deve farlo a tutela di quei bambini che non sono ancora stati oggetto di abusi; il caso individuale diventa un pericoloso precedente per quegli orchi accusati da molti di un vero e proprio “crimine contro l’umanita’”.
Voi cosa ne pensate? Leggete i due articoli originali che allego qui sotto e scrivete la vostra opinione.
Bernard-Henri Lévy: «Ma è la celebrità
a renderlo bersaglio dei giustizieri»
«La relazione sessuale illegale non è il crimine contro l’umanità»
Abusare di una ragazza di 13 anni è, evidentemente, un crimine grave. Ed essere un artista geniale non ha mai costituito un’attenuante. Detto questo, e considerato il vento di follia che sta soffiando sugli animi, è bene ricordare anche le seguenti evidenze.
1. La «relazione sessuale illegale» — di cui Roman Polanski si è riconosciuto colpevole trentadue anni fa — non è il crimine contro l’umanità che da dieci giorni denunciano i vendicatori lanciati alle sue calcagna. È un crimine, sì. Ma ci sono gradini sulla scala del crimine. E il voler mescolare tutto, farci credere che uno stupro sia un crimine della stessa natura di quello, per esempio, di cui fu vittima Sharon Tate, la moglie di Polanski sventrata qualche anno prima, quand’era incinta di otto mesi; correre il rischio — perché è proprio di questo che si tratta— che Roman Polanski debba raggiungere Charles Manson nel penitenziario da cui quest’ultimo, fin dal 1˚gennaio 2010, avrà la possibilità legale di chiedere di uscire, è un’offesa alla ragione.
2. Questa vicenda è tanto più insensata in quanto la principale interessata ha scelto di perdonare, di voltare pagina e, se possibile, di dimenticare. «Lasciatemi tranquilla!— supplica ogni volta che la Giustizia Spettacolo ricomincia a puntare i suoi obbiettivi su quel brandello del suo passato —, lasciatemi tranquilla e dimenticate, già che ci siete, quest’uomo che io, la sua vittima, ritengo abbia pagato già abbastanza». Invece no. Ecco i difensori dei diritti delle vittime che meglio della vittima sanno quello che essa vuole e sente. Ecco coloro che passerebbero volentieri sul corpo della vittima piuttosto che abbandonare la preda e rinunciare alla delicata ebbrezza del punire. È vergognoso.
3. Quando la vittima si ritira, non spetta alla società, cioè al giudice, agire in giustizia? Probabilmente sì. Da uno stretto punto di vista giudiziario, è in effetti un diritto della società. Ma non sarà né la prima né l’ultima volta che lo stretto punto di vista giudiziario verrà meno sia alle esigenze della compassione sia a quelle dell’intelligenza.
4. Forse che, come si sente dire dappertutto, la sua celebrità rende inattaccabile Roman Polanski? Certo che no. Ho trascorso la mia esistenza a tentare di strappare all’oblio vite minuscole, vittime senza volto e senza nome: terrei lo stesso discorso, esattamente lo stesso, se il signor Polanski non fosse il signor Polanski. Solo che… appunto, non avrei avuto occasione di tenere simile discorso, perché non sarebbe stato arrestato. Il suo dossier sarebbe stato interrato da anni. E non si sarebbe trovato un giudice, alla vigilia di un’elezione (infatti i giudici americani sono eletti del popolo, come i sindaci e gli sceriffi) disposto a decidere questo arresto mediatizzato. La celebrità non protegge Roman Polanski, anzi gli nuoce. E se in tale vicenda esiste una logica del «due pesi e due misure», è proprio questa logica che fa di Polanski un simbolo, e non un soggetto da portare in giudizio, e che farebbe, della sua eventuale comparizione davanti al giudice, un «gran caos» politico-catodico più che un processo equo.
5. Alla base di questa storia c’è il profumo di giustizia popolare che si spande tutt’intorno e trasforma commentatori, blogger e cittadini in altrettanti giudici sottomessi al grande tribunale dell’Opinione pubblica: gli uni soppesano il crimine; gli altri il castigo. Delle due l’una, signori giustizieri. O Polanski era il mostro che voi dite, e allora non bisognava dargli premi Oscar o premi César; bisognava boicottare i suoi film e denunciarlo alle autorità ogni volta che, con la famiglia, andava a trascorrere le vacanze nella sua casa in Svizzera. Oppure non avete mai trovato nulla da ridire sulla sua presenza annunciata su tutti i tappeti rossi di tutti i festival del mondo; e, come me, percepite la formidabile ipocrisia di quel giudice, affamato di gloria, che un bel mattino si sveglia per consegnarlo, come un trofeo, alla vendetta di elettori eccitati. In tal caso, bisogna pregare, come fa la sua vittima, affinché sia finalmente lasciato in pace.
traduzione di Daniela Maggioni
Bernard-Henri Lévy
Contro il regista
Nessuna «eccezione hollywoodiana»
Sorprende che il regista polacco sia stato in grado di spassarsela all’estero per tanto tempo
Non appena ci si rende conto che esistono parametri morali speciali, noti come «eccezioni hollywoodiane», ecco che sembrano spuntare ovunque. Di recente il conduttore tv americano Paul Shaffer si è sentito in obbligo di pronunciarsi sulla condanna del produttore (dei Beatles, tra l’altro) Phil Spector per l’omicidio di un essere umano. E allora sentiamo che cosa ha da dire: «Sono profondamente addolorato per le tragedie che hanno colpito Phil in questi ultimi anni».
Proprio così. Totale distacco, nemmeno il minimo sforzo di affrontare la realtà. Negli ultimi giorni, la parola tragedia è ricomparsa nella medesima frase a proposito di Roman Polanski. In questo caso mi sembra almeno marginalmente più giustificata. Polanski ha diretto varie tragedie sullo schermo ed è stato egli stesso vittima di tremende sfortune nel corso della vita.
I media oggi dicono tragedia per indicare tutte le brutte cose che accadono alle persone per bene, o alle celebrità. Tuttavia, le tragedie che davvero meritano questo nome ricadono in due grandi categorie, le tragedie hegeliane e le tragedie greche . Hegel chiama tragedia il conflitto tra due diritti. Per i greci invece era tragica la figura di un grande uomo annientato da una colpa fatale. Il secondo tipo di tragedia scaturisce dall’azione dell’ hybris , per molti versi è applicabile a Polanski, che ha diretto tra l’altro la versione cinematografica di una famosa tragedia chiamandola — con grande tracotanza — «Il Macbeth di Roman Polanski». Si sarà sentito forse altrettanto arrogante e onnipotente, il nostro regista, quando fece ubriacare una ragazzina di tredici anni, per poi somministrarle una pastiglia di Quaalude, una droga ben nota per le proprietà di rilassamento muscolare. Si sente aleggiare un pizzico di quella fatidica colpa, non c’è dubbio. Nel dicembre scorso, ancora latitante, Polanski ha avanzato la richiesta, dall’estero, di far archiviare senza ulteriori indugi il caso di Los Angeles, nel quale aveva ammesso la sua colpevolezza. Non sorprende, in altre parole, che il pubblico ministero abbia rispolverato un vecchio caso rimasto in sospeso.
Sorprende invece che il regista polacco sia stato in grado di spassarsela all’estero per tanto tempo, facendosi beffe dei giudici quasi a voler sfidare l’impotenza della legge. Mi commuove il pensiero che la ragazza vittima di quel lontano stupro l’abbia perdonato, ma a rigor di termini questo non conta, anche se l’avesse detto all’epoca dei fatti. La legge persegue gli stupratori di bambini, a tutela di quei bambini che non sono ancora stati oggetto di abusi. Il caso individuale — chiunque siano gli individui coinvolti— diventa un precedente. E per fortuna che le nostre leggi ci consentono di farlo.
Solo tre settimane fa, nello Yemen, un’emorragia si è portata via Fawziya Youssef, di dodici anni, mentre partoriva il suo bimbo nato morto. L’agonia di quel futile travaglio si è protratta per molte ore. Era stata concessa legalmente in sposa all’età di undici anni a un uomo del doppio dei suoi anni. Il suo caso non è affatto unico nello Yemen, dove si stima che oltre un quarto delle ragazze si sposi entro i quindici anni di età, e molte in età inferiore. Ogni tentativo di alzare l’età del matrimonio è stato bocciato da partiti politici che non perdo tempo a qualificare, perché avrete già indovinato il mio pensiero. Lo scandalo delle spose bambine — eufemismo che nasconde stupro, tortura, schiavitù e incesto — coinvolge anche la vicina Arabia Saudita e diversi altri Paesi della regione, dove si accompagna spesso alla pratica della mutilazione genitale femminile.
Francamente, preferisco vivere in un Paese in cui i bambini sono tutelati e gli orchi condannati non solo dai tribunali, ma anche dall’opinione pubblica (a Hollywood, evidentemente, le due cose non sempre coincidono).
traduzione di Rita Baldassarre © New York Times Syndicate
Christopher Hitchens







